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/// Interviste e confronti

Risolvere la discriminazione di genere

Eva Buiatti, Coordinatrice Osservatorio di Epidemiologia dell’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana

Nel riportate i dati epidemiologici sullo stato di salute della città di Milano, il professor Luigi Bisanti, sulla newsletter settimanale de Il Pensiero Scientifico Editore, Va' Pensiero n. 246, ha messo in luce che la salute delle donne milanesi è penalizzata rispetto a quella dei loro concittadini uomini. A Milano la mortalità per cancro del polmone e per patologie correlate al fumo e all'alcool si è stabilizzata nella popolazione maschile, o è addirittura  in flessione, mentre nella popolazione femminile la mortalità per queste stesse condizioni morbose, pur essendo minore in termini assoluti, ha un andamento temporale in crescita. La discriminazione di genere è comune a Milano come in molte altre città dei paesi industrializzati.

Quanto i dirigenti sanitari e politici locali sono consapevoli di questa discriminazione?
Il diverso andamento nei due generi delle neoplasie polmonari è abbastanza noto e prevalentemente legato al diverso andamento delle abitudini al fumo: nei maschi aumentano gli ex-fumatori e i non-fumatori, mentre nelle donne questo non avviene. Non mi pare che vi siano azioni di educazione e comunicazione sul fumo di sigaretta specificamente rivolte alle donne: il messaggio potrebbe essere un po’ diverso e meglio orientato se il problema fosse percepito come emergente – cosa che di fatto è. Ancora meno noti sono gli aspetti peggiorativi della salute delle donne rispetto a quelli degli uomini, soprattutto in alcune parti del Paese e per alcune patologie: è noto che le donne del sud muoiono più degli uomini ad esempio per diabete e per ictus, mortalità queste in parte prevenibili con adeguato trattamento del diabete e con adeguato controllo dell’ipertensione  per l’ictus. Questi indicatori negativi fanno pensare che le donne siano discriminate anche  in termini di accessibilità ai trattamenti appropriati.

Come è possibile colmare questo gap di genere?
Una parte del gap è di origine culturale: minor competenza delle donne a comportamenti salutari e a pretendere le cure adeguate. Occorre per questo agire sul percorso della “cittadinanza attiva”: coinvolgimento delle donne, come consiglia anche l’OMS, perché abbiano più cura di sé e “pretendano” il tempo e le azioni necessarie per stare bene. Fra l’altro è noto che, più le donne sono “competenti”, più stanno bene anche le persone che stanno loro intorno: bambini, anziani, partner vari.

Come valutare il bisogno di salute della donna e garantire una corretta domanda dei servizi?
Ancora oggi le donne vengono “studiate” soprattutto per quanto riguarda gravidanza e parto, che sembrano essere gli aspetti di domanda dei servizi da parte femminile che più interessano i decisori, anche se non sono certo i prevalenti in termini quantitativi e di spesa. In questo senso le donne italiane in generale sono molto seguite: anche troppo, nel senso che dal punto di vista statistico si nota una tendenza alla medicalizzazione della gravidanza e del parto, con eccessi di amniocentesi in età inappropriate, eccessi di ecografie rispetto alle linee guida internazionali, eccessi di parti cesarei soprattutto a sud (mentre gli esiti delle gravidanze non sono certo migliori nelle donne meridionali). Tutti questi eccessi però nascondono un problema di equità. Anche in Toscana, dove la maggior parte delle donne si fa un numero di ecografie in gravidanza più che doppio rispetto alle indicazioni, esiste una parte di donne (straniere ed italiane a bassa scolarizzazione) che non ne fanno affatto, o troppo poche, o troppo tardi. Credo che questa ottica della equità dovrebbe essere una chiave di lettura per molte prestazioni sanitarie per le donne: equità territoriale (fra Nord, Centro e Sud), equità di classe sociale per ridistribuire più correttamente  le cure e gli accertamenti diagnostici in base all’effettivo bisogno. 

Quale l’intervento più appropriato?
Ripeto quanto ho detto rispondendo alla seconda domanda. A mio parere il problema è molto legato all’accesso, che discrimina le donne meno scolarizzate, che lavorano di più e hanno meno tempo, che stanno in casa e non conoscono le opportunità.  Questi aspetti avvicinano una parte delle donne italiane alle condizioni delle straniere, cosicché si può anche dire, per converso, che i problemi delle straniere sono legati al fatto che sono quasi tutte collocate in una classe sociale bassa. È su questi settori della popolazione che occorrerebbe intervenire, attraverso “azioni” del sistema sanitario nazionale, che non può collocarsi passivamente ad aspettare la domanda espressa spontaneamente in quanto questa, appunto, tende ad escludere le donne che avrebbero più bisogno.

Le amministrazioni pubbliche della Regione Toscana come si stanno muovendo per "curare" le disuguaglianze di genere? E per "prevenirle"?
La Toscana si sta muovendo piuttosto bene per quanto riguarda l’aspetto appunto  della gravidanza e del parto. Infatti si sono raggiunti risultati buoni o molto buoni in diversi settori: mortalità infantile, trattamento dei neonati pretermine, allattamento al seno, IVG (che nelle toscane  diminuiscono molto, nonostante le polemiche di Storace!), parto indolore, cesareo, parto naturale, ecc. Si sta adesso lavorando su indicatori per livello di istruzione, proprio per mirare gli interventi a quelle fasce che sono più discriminate, tentando nel contempo  di ridurre la medicalizzazione delle fasce di livello medio-alto.  Per quanto riguarda gli altri settori dell’intervento sanitario, invece, mi sembra di poter dire che le differenze di genere non sono particolarmente presenti nell’agenda politica.

6 marzo 2006

Intervista tratta da Va' Pensiero n. 247, 22 febbraio 2006.
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